20/01/10

La sedentarietà Chiamatela inattività muscolare

Stare troppo tempo seduti davanti alla TV o sul divano non solo favorisce i chili di troppo ma fa proprio male alla salute.
L’allarme viene dall’ultimo numero del British Journal of Sports Medicine dove è stato pubblicato uno studio condotto presso il Karolinska Institute e la Swedish School of Sport and Health Sciences di Stoccolma.
Secondo gli studiosi svedesi il termine sedentarietà non rende l’idea di quanto questa abitudine possa essere dannosa per la salute: “dovremmo definirla piuttosto un’inattività muscolare”, dichiarano.
E ricordano come uno studio australiano abbia dimostrato che per ogni ora extra che trascorriamo seduti davanti alla tv le probabilità di sviluppare la sindrome metabolica, un disturbo che prelude spesso a patologie cardiovascolari e diabete, salgono del 26%, a prescindere da quanto esercizio facciamo abitualmente.
Non solo, sono numerose le ricerche che hanno dimostrato che l’inattività prolungata è tra le concause di diabete, malattie cardiovascolari, cancro e obesità, a prescindere dal fatto che si svolga o meno un’attività sportiva.
Secondo i ricercatori svedesi l’inattività muscolare andrebbe inserita ufficialmente nell’elenco di fattori di rischio di patologie come il diabete e le malattie cardiache perché la risposta molecolare e fisiologica da parte dell’organismo all’inattività non può essere ridotta semplicemente facendo esercizio fisico.
Gli studiosi sottolineano che i meccanismi che spiegano come l’inattività possa causare malattie di tipo diverso sono tutti da approfondire, è possibile che a giocare un ruolo-chiave sia un enzima chiamato lipoprotein-lipase che contribuisce a tenere sotto controllo la quantità di grassi nel sangue, ma la strada per far luce sul legame inattività-malattie è ancora lunga.
Intanto, suggeriscono gli studiosi, si dovrebbero incoraggiare cambiamenti nello stile di vita quotidiano per mantenere un livello di attività intermittente: salire e scendere le scale, andare a lavoro a piedi, fare una pausa di cinque minuti se si svolge un lavoro sedentario. fonte pagine mediche

13/01/10

Diete: non esistono le 'miracolose' ma mangiare meno

"Le diete miracolose non esistono. L'unico modo per dimagrire è mangiare di meno".
Lo affermano gli esperti della British Dietetic Association (BDA). Dopo gli stravizi di Natale e Capodanno, molte persone si ritrovano con qualche chilo in più e si lasciano attrarre da regimi dietetici che promettono di bruciare i grassi e far perdere peso rapidamente.
La British Dietetic Association mette in guardia i consumatori: attenzione alle diete di moda ma senza alcun fondamento scientifico e spesso poco salutari, che promettono risultati miracolosi.
L'unico modo per perdere peso è ridurre le calorie e svolgere attività fisica.
"Purtroppo non c'è altro modo per dimagrire e mantenere il peso raggiunto: mangiare in modo sano, muoversi e in generale cambiare le proprie abitudini", afferma Rachel Cooke, dietologa del St Martins' Hospital di Bath e portavoce della BDA.
Proprio perchè in questo periodo tornano alla ribalta una serie di diete più o meno "alla moda", la BDA ha pensato di pubblicare una lista di "diete da evitare nel nuovo anno", tra cui quelle del gruppo sanguigno, del minestrone di cavolo, della banana, dello sciroppo di acero o del guerriero.
Si tratta di regimi spesso basati su "pseudo scienza", dice la BDA, che possono anche causare gravi deficit nutrizionali, se seguiti a lungo.
"Tanto per cominciare, nessun cibo brucia i grassi, solo l'attività fisica può riuscirci", nota la BDA. Bando anche ai severi programmi disintossicanti: la BDA assicura che il corpo umano è in grado di disintossicarsi da solo. "Il fegato lavora ogni giorno per liberare l'organismo dalle tossine, non è necessario eliminare dei cibi o vivere solo di frutta, verdura e acqua", afferma l'associazione britannica.
"Dopo gli eccessi di Natale, basta tornare a un regime sano, riducendo le calorie e mangiando più frutta e verdura. Anche così si perde peso", assicura la BDA.
In particolare, l'associazione dei professionisti britannici della nutrizione attacca due diete molto famose. La prima è la Atkins, "che contraddice completamente tutti i messaggi sul mangiar sano che cerchiamo di dare ai nostri pazienti"; la seconda è la dieta a zona, anche questa non in linea con le raccomandazioni degli esperti. La versione più rigida della Atkins privilegia grassi e proteine, portando a un eccessivo consumo di grassi saturi, ed elimina pane, patate, pasta, riso e cereali, ammettendo solo piccole porzioni di frutta e verdura, mentre questi alimenti dovrebbero costituire la gran parte dell'apporto calorico della giornata.
Ma la BDA è ferma nelle sue conclusioni: non esiste un regime miracoloso. Mangiate di meno e dimagrirete.

08/01/10

Riduzione del peso corporeo e benefici cardiovascolari

de las Fuentes L, Waggoner AD, Mohammed BS, Stein RI, Miller BV, Foster GD, Wyatt HR, Klein S, Davila-Roman VG.
J Am Coll Cardiol. 2009; 54:2376 - 2381
L’obesità rappresenta un importante fattore di rischio cardiovascolare, associato ad alterazioni strutturali e funzionali cardiache e vascolari. In questo studio di intervento nutrizionale è stato valutato, in un periodo di due anni, l’effetto del calo ponderale, e del parziale successivo recupero di peso, causato da una dieta ipocalorica povera in carboidrati o in grassi. Nei 47 soggetti obesi che hanno completato lo studio, la perdita di peso è risultata massima dopo 6 mesi (-9 %), ma si è ridotta (- 4%) dopo due anni. Dalla valutazione della massa ventricolare sinistra, della funzione sistolica e diastolica e dell’ispessimento medio intimale carotideo è emerso che il miglioramento dei parametri sia della struttura che della funzionalità cardiovascolare è direttamente correlato alla perdita di peso: massimo dopo 6 mesi e ridotto, ma ancora significativo, dopo due anni.
 I benefici della perdita di peso sono risultati uguali per le due diete adottate. Questa osservazione suggerisce che gli effetti positivi del calo ponderale sul sistema cardiovascolare siano indipendenti dalla composizione in macronutrienti della dieta. 

09/12/09

Allattare fa bene anche alla mamma

Le mamme che allattano al seno sembrano avere, sul lungo termine, meno rischi di sviluppare una serie di fattori per il diabete e le malattie cardiache rispetto alle donne che non hanno allattato al seno, secondo un nuovo studio americano.
I ricercatori hanno scoperto, seguendo 700 donne per 20 anni, che quelle che avevano allattato avevano meno probabilità di sviluppare la cosiddetta sindrome metabolica, quell'insieme di fattori di rischio del diabete di tipo 2 e delle malattie cardiache che includono obesità addominale, pressione del sangue e glicemia elevate, colesterolo HDL ("buono") basso e trigliceridi alti.
Inoltre, l'apparente effetto protettivo era più forte tra le donne con una storia di diabete gestazionale, la forma di diabete che insorge durante la gravidanza e si risolve dopo il parto.
Pur se temporaneo, il diabete gestazionale finisce con l'aumentare il rischio di una donna di ammalarsi di diabete di tipo 2. I risultati del nuovo studio suggeriscono che l'allattamento al seno possa aiutare a neutralizzare questo rischio aumentato, afferma la coordinatrice, dottoressa Erica P. Gunderson della Division of Research del Kaiser Permanente di Oakland, California.
Lo studio, pubblicato online dalla rivista Diabetes, ha incluso 704 donne di età compresa fra 18 e 30 anni, che hanno avuto il primo figlio nel corso dello studio.
Nei 20 anni di follow-up, 120 donne hanno sviluppato la sindrome metabolica. I ricercatori hanno scoperto che tra le donne senza diabete gestazionale quelle che avevano allattato al seno per più di un mese avevano una probabilità ridotta del 39-56% di sviluppare la sindrome (a seconda di quanto a lungo avevano allattato).
Tra le donne che invece avevano sofferto di diabete gestazionale, l'allattamento al seno per più di un mese riduceva il rischio di sindrome metabolica del 44-86%. Queste percentuali sono state ricavate dopo aver preso in considerazione una serie di importanti fattori di rischio della sindrome, come il peso della donna o i livelli di attività fisica.
Ma che cosa spiega l'effetto protettivo dell'allattamento al seno?
Non tanto il fatto che aiuta le donne a perdere i chili in eccesso accumulati in gravidanza, spiegano i ricercatori, quanto altri elementi: potrebbe per esempio avere un effetto positivo sui livelli di zuccheri nel sangue, sulla massa grassa corporea e sulla distribuzione del grasso nel corpo.
Per la Gunderson il suo studio suggerisce chiaramente che allattare al seno può produrre "benefici a lungo termine per la salute" delle mamme anche se occorreranno nuove ricerche per capire quanto il "forte effetto protettivo" contro la sindrome metabolica si traduca in una reale riduzione dell'incidenza di diabete e malattie cardiache.

02/12/09

La dieta giusta per lo sport

Tutti conosciamo l'importanza di una buona alimentazione per mantenere sano il nostro organismo e farlo funzionare al meglio. Se questo è valido per qualunque persona "normale", che svolge una vita più o meno sedentaria, ancor più lo è per coloro praticano uno sport e dal proprio corpo devono ottenere molto di più in termini di prestazioni fisiche e consumo energetico. Per chi fa attività sportiva, infatti, l'alimentazione riveste un ruolo determinante ed è importante che lo sportivo sappia quali sono gli alimenti che lo possono aiutare nella propria attività ed in quali quantità e modalità deve assumerli per poterne trarre tutti i benefici possibili. Esistono infatti differenze nell'alimentazione da seguire, in funzione del tipo di attività che si pratica.  Gli alimenti giusti
1. Chi svolge sport di resistenza (maratona, fondo e mezzofondo, gli sciatori, i ciclisti), infatti, necessita di una grande scorta di carboidrati che garantisca loro un apporto di glicogeno sufficiente a fornire energia durante gli sforzi prolungati. L'apporto di macronutrienti per questi sportivi dovrebbe essere suddiviso in: 60 percento carboidrati, 25 percento grassi, 15 percento proteine. Via libera, quindi, a pasta, riso, patate, pane, muesli, verdura, frutta fresca e secca.
2. Per chi invece pratica sport di forza, quali sollevamento pesi, lancio del peso, martello o disco, è importante l'apporto proteico, che favorisce lo sviluppo della massa muscolare; ovviamente, non deve mancare una buona percentuale di carboidrati, che forniranno il necessario apporto di energia, senza il quale l'organismo sarebbe costretto ad intaccare le riserve di proteine. L'apporto di grassi deve essere invece moderato, per consentire un ottimale consumo delle proprie energie. Una corretta proporzione di macronutrienti può essere così suddivisa: 55 percento carboidrati, 20 percento proteine, 25 percento grassi. 

3. Per gli sportivi che praticano attività di velocità e scatto (gare di sprint, salto in lungo, 100 metri, nuoto sulle brevi distanze) sarà importantissimo un giusto apporto di carboidrati, l'unico nutrimento che garantisce energia immediata con il minor dispendio di ossigeno.
Inoltre, i carboidrati garantiscono la concentrazione mentale e la velocità di reazione. Altrettanto importanti per questi sportivi sono le vitamine ed i sali minerali, quindi la loro dieta deve prevedere molta frutta e verdura fresche, carne magra, pesce, alimenti integrali. Una giusta proporzione dei macronutrienti sarà: 60 percento carboidrati, 20 percento proteine, 20 percento grassi. L'apporto proteico per una persona che pratica attività fisica moderata dovrebbe essere di circa 1 grammo per ogni kg di peso corporeo; per coloro i quali svolgono attività agonistica, la dose giornaliera consigliata sale da 1,1 a 1,7 grammi per ogni kg di peso corporeo. Alimenti proteici poveri di grassi sono: latte scremato, yogurt, carne magra, pesce, legumi, soia. Un alimento che non deve mancare nella dieta di qualunque sportivo, sia esso fondista, velocista o sollevatore di pesi, è l'acqua: preziosa fonte di sali minerali ed elemento essenziale per una buona costituzione dell'organismo umano. Un'altra importante considerazione va fatta riguardo al tempo di digestione dei vari alimenti: è infatti importantissimo non appesantire lo stomaco che, altrimenti, sottrarrebbe preziose energie all'organismo per digerire gli alimenti pesanti che si sono ingeriti. Bisogna ricordare che più i cibi sono grassi, maggiore è la loro permanenza nello stomaco; che i cibi sminuzzati o ben masticati hanno permanenza più breve rispetto ai cibi interi e che gli alimenti liquidi, le minestre e le bevande sono in assoluto gli alimenti più digeribili e lasciano lo stomaco nel tempo più breve rispetto a tutti gli altri. Ad esempio, le bevande contenenti carboidrati in varie concentrazioni lasciano lo stomaco in 15-30 minuti; frutta, latte scremato, yogurt, muesli, fiocchi d'avena necessitano di 1-2 ore; i pasti leggeri (riso con verdure, pesce, minestra con pasta in brodo, pasta con sugo di pomodoro leggero) lasciano lo stomaco in 2-3 ore; pasti normali variati (carne, patate, verdura, pasta al ragù) necessitano di 3-4 ore; infine, alimenti ricchi di grassi e i piatti ricchi di fibre (legumi, carni grasse) necessitano di 4 e più ore per lasciare lo stomaco. Un'ultima annotazione può essere fatta a proposito degli integratori: molti sportivi ne fanno uso, ma vorremmo ricordare che è preferibile cercare negli alimenti e non negli integratori, ciò di cui abbiamo bisogno. Innanzitutto a causa della biodisponibilità: i nutrienti presenti negli alimenti, infatti, raramente sono presenti da soli. I cibi sono costituiti da miscele di sostanze che possono favorire o interferire con l'assorbimento dei nutrienti, senza squilibrarne l'apporto complessivo; per questo l'assunzione di nutrienti in forma pura, sotto forma di pillole, rischia di creare interferenze e squilibri nella corretta assunzione dei nutrienti. Alcuni esempi: un'assunzione, anche per brevi periodi, di 50 mg/die di zinco interferisce con il corretto metabolismo di ferro e rame, mentre il calcio può interferire con l'assunzione di ferro e zinco. Inoltre, gli alimenti contengono antiossidanti in forme chimiche diverse, mentre nelle pillole si trova una sola forma chimica, e anche questo provoca squilibri. In conclusione, i principi nutritivi più sani ed equilibrati sono in assoluto quelli che l'organismo riceve dagli alimenti freschi, quindi è sufficiente un'alimentazione variata e ben bilanciata per assicurarci tutte le vitamine ed i sali minerali di cui abbiamo bisogno. Fonti preziosissime per apportare all'organismo questi microelementi sono: frutta e verdura fresche, frutta secca, alimenti integrali, pesce, acqua.

28/11/09

Cibi ricchi di alcuni tipi di flavonoidi riducono il rischio di tumore al colon e al retto

Una corretta alimentazione può offrire una concreta possibilità di prevenzione del tumore al colon e al retto per le persone normopeso e in sovrappeso.
Mangiare frutta e verdura e bere regolarmente tè e vino rosso sono alcune delle scelte in materia di alimentazione che possono rivelarsi efficaci ed estremamente salutari per la prevenzione di questi tumori. Una studiosa della Maastricht University, Colinda Simons, insieme ai suoi colleghi ha esaminato il legame tra l’assunzione di flavonoidi e il rischio di tumori in 120.852 uomini e donne di età compresa tra i 55 e i 69 anni. Questi soggetti sono stati seguiti per 13 anni, durante i quali 1.444 uomini e 1.041 donne si sono ammalati di cancro al colon o al retto.
A questo punto i ricercatori olandesi hanno potuto tirare le somme sull’incidenza che le abitudini alimentari di queste persone esercitavano sul rischio-insorgenza del cancro.
I risultati hanno evidenziato che la regolare assunzione di alcuni tipi di flavonoidi non sarebbe di per sé un fattore di riduzione del rischio, se associato alla presenza di altri fattori come età, fumo, alcolismo, sedentarietà. Ma se si prende in considerazione solo il peso dei soggetti, allora il consumo abituale di cibi ad alto contenuto di flavonoidi assume una sua specifica capacità preventiva: in sottogruppi costituiti da uomini in sovrappeso e donne normopeso, infatti, le scelte alimentari sono risultate essere direttamente collegate all’aumento del rischio.
Una minore incidenza del tumore al colon e al retto è emersa in quegli uomini in sovrappeso e donne normopeso che assumevano con regolarità cibi ricchi di catechine (come i frutti di bosco, il cioccolato fondente, il te, il vino rosso e alcuni fagioli) e lo stesso beneficio è emerso per le donne normopeso che assumevano abitualmente flavonoli, contenuti in cipolle, mele, succhi di frutta, vino, tè.
Lo studio è apparso sulle pagine dell’International Journal of Cancer.

18/11/09

Cuore a rischio se vitamina D carente

Il latte si sa, fa bene alle ossa. Ora però un nuovo studio dell'Institute Intermountain Medical Center di Salt Lake City suggerisce che la vitamina D contribuisce ad avere un cuore forte e sano, e che inadeguati livelli possono far significativamente aumentare il rischio di ictus e malattie cardiache.
Per più di un anno i ricercatori hanno osservato 27.686 pazienti di 50 anni o più, con nessuna precedente storia di malattie cardiovascolari. I pazienti sono stati divisi in tre gruppi in base ai loro livelli di vitamina D: normale (più di 30 nanogrammi per millilitro), basso (!5-30 nanogrammi/ml) o molto basso (meno di 15 nanogrammi/ml). Lo studio ha dimostrato che nei pazienti con livelli molto bassi di vitamina D aumentava del 77% le probabilità di morte, del 45% le probabilità di sviluppare malattie coronariche, del 78% delle probabilità di avere un ictus rispetto a pazienti con livelli normali.
Inoltre i pazienti con livelli molto bassi di vitamina D avevano anche due volte più probabilità di sviluppare una insufficienza cardiaca rispetto a quelli con un normale livello di vitamina D.
I risultati della ricerca saranno presentati oggi a Orlando in Florida all'American Heart Association's Scientific Conference.
"Questo è uno studio unico perchè l'associazione tra la carenza di vitamina D e le malattie cardiovascolari non è stata consolidata", spiega Brent Muhlestein, direttore della ricerca cardiovascolare dell'Institute Intermountain Medical Center e uno degli autori dello studio.
"Le sue conclusioni potrebbero prevenire le malattie e fornire un trattamento per aiutano a salvare vite umane". E' già stato dimostrato in passato che la vitamina D è coinvolta nella regolazione del corpo di calcio, nel rafforzamento delle ossa, e, di conseguenza, la sua carenza è associata a disturbi muscolo-scheletrici. Recentemente si è invece dimostrato la associazione tra la vitamina D e la regolazione di molte altre funzioni corporee tra cui la pressione arteriosa, il controllo del glucosio e delle infiammazioni, tutti importanti fattori di rischio legati alla malattia di cuore.
Da questi risultati, gli scienziati hanno ipotizzato che la carenza di vitamina D può anche essere collegata alla malattia del cuore stesso. Il dottor Muhlestein sottolinea anche che un gruppo di pazienti dello Utah ha fornito valide indicazioni: "Nello Utah vi è un basso uso di tabacco e alcol, per questo siamo stati in grado di restringere il campo sugli effetti della vitamina D sul sistema cardiovascolare".
I risultati sono stati piuttosto sorprendenti e importanti, continua Heidi May, epidemiologo, altro autore dello studio.
"Siamo giunti alla conclusione che tra i pazienti con 50 anni di età o più anziani, anche una moderata carenza di vitamina D è stata associata con lo sviluppo di malattia coronarica, insufficienza cardiaca, ictus, e morte". "Questo - aggiunge - è importante perchè la carenza di vitamina D è facilmente curabile". Ovviamente lo studio, di sola osservazione, non garantisce la certezza di un collegamento tra vitamina D e le malattie di cuore, però getta le basi per ulteriori studi.
"Riteniamo che i risultati sono abbastanza importanti da giustificare sperimentazioni cliniche - conclude il dottor Muhlestein - per determinare con certezza quello che abbiamo scoperto".