Gli integratori alimentari progettati per accelerare la perdita di peso non funzionano.
Lo ha detto un gruppo di ricercatori britannici della Peninsula Medical School e delle università di Exeter e Plymouth in una conferenza sull'obesità a Stoccolma.
Secondo gli scienziati, una grossa gamma di integratori - compresi quelli a base di fibre ed estratti vegetali - non sono migliori delle pillole 'false', cioè del placebo, nell'aiutare le persone a dimagrire.
In un altro studio un gruppo di ricercatori tedeschi è pervenuto alle stesse conclusioni, non trovando delle prove che dimostrino l'effetto dimagrante dei supplementi.
''I risultati di revisioni sistematiche - hanno detto i ricercatori britannici - non riescono a fornire prove sufficienti a dimostrare che qualsiasi integratore alimentare possa essere raccomandato per ridurre il peso corporeo''.
In commercio ci sono diversi integratori alimentari, a base di erbe o non vegetali, che promettono di far perdere i chili di troppo.
''Mentre i farmaci tradizionali per ridurre il peso corporeo - hanno spiegato gli scienziati - devono dimostrare la loro efficacia prima di ricevere l'autorizzazione, gli integratori alimentari non hanno bisogno di soddisfare questo requisito''.
''Pochi integratori quindi - hanno continuato - sono stati sottoposti a test clinici e gli operatori sanitari sono molto incerti sul loro reale valore terapeutico''.
Nel frattempo i ricercatori tedeschi dell'Università di Gottingen hanno provato a verificare l'efficacia in otto settimane di nove integratori alimentari comuni. Tra questi c'erano dei supplementi a base di soia, di fibre e altri a base di estratti vegetali.
Lo studio ha coinvolto 189 persone in sovrappesi divisi in 10 gruppi. Le persone che hanno assunto gli integratori non hanno perso più peso di quelle che hanno assunto supplementi 'finti'.
''Tutti i prodotti testati - hanno sottolineato i ricercatori - non hanno mostrato alcuna efficacia rispetto al placebo''.
29/08/10
Obesità: integratori non la combattono
04/03/10
Obesità: già a tre anni segni di problemi cardiaci
Già a tre anni i bambini obesi hanno elevati valori di una proteina associata a problemi cardiaci.
Lo afferma una ricerca statunitense su 16 mila soggetti pubblicata dalla rivista Pediatrics. I ricercatori dell'Università del Nord Carolina hanno esaminato il sangue dei pazienti, di età compresa tra uno e 17 anni, valutando i livelli di una proteina, chiamata C-reattiva, che è considerata il segno di un'infiammazione in corso, e che negli adulti è legata fortemente alla probabilità di sviluppare problemi cardiaci.
Nel gruppo di bimbi più piccoli, fino a tre anni, alti livelli di questa proteina sono stati trovati nel 40% degli obesi e nel 17% dei sani, mentre nel gruppo dei più vecchi, da 15 a 17, la percentuale sale all'83% negli obesi contro il 18% dei sani.
"Abbiamo trovato una correlazione tra il peso e il marker dell'infiammazione molto prima del previsto - ha spiegato Asheley Cockrell Skinner, che ha coordinato lo studio, alla BBC - non sappiamo se è l'obesità a causare l'infiammazione o il contrario, ma pensiamo che quella vera sia a prima ipotesi, e che l'infiammazione poi produca i danni cardiaci a lungo termine".
17/10/09
Obesità: toglie fino a 12 anni di vita
Le persone gravemente obese (che superano di 40-50 chili il loro peso-forma) hanno una vita più breve di 3-12 anni rispetto ai coetanei normopeso, secondo una nuova ricerca americana.
La ricerca conferma che l'obesità vera e propria ha conseguenze gravi sulla salute e la durata della vita di un individuo - un dato che conta molto in una società come quella americana dove un terzo degli adulti è obeso. Il problema è anche economico: l'autore della nuova ricerca Eric Finkelstein e gli esperti del Centers for Disease Control and Prevention hanno recentemente calcolato che gli americani obesi sono costati al Paese 147 miliardi di dollari in spese mediche nel 2008, il doppio rispetto al 1998.
Non a caso, Finkelstein fa parte di un gruppo di economisti dell'organizzazione no-profit Rti International, che ha analizzato i dati di 366.000 americani.
I risultati sono riportati dalla rivista Obesity.
Fumare non fa che peggiorare la situazione: un uomo bianco di 18 anni che è normopeso e non fuma può aspettarsi di vivere fino a 81 anni negli Stati Uniti, ma se fuma ed è gravemente obeso, vivrà fino a 60 anni.
Come se non bastasse, un altro studio, condotto da Paul Thompson, professore di neurologia della Ucla, in California, sostiene che l'obesità causa anche una "grave degenerazione del cervello": osservando gli esami al cervello di 94 adulti di 70 anni circa, il professore ha scoperto che i soggetti obesi avevano l'8% di tessuto cerebrale in meno rispetto ai coetanei normopeso e che i loro cervelli sembravano più vecchi di 16 anni.
Le persone sovrappeso avevano il 4% di tessuto cerebrale in meno e il loro cervello sembrava più vecchio di 8 anni. Thompson ha trovato perdita di tessuto nelle aree addette al ragionamento più elaborato: problem-solving, controllo del linguaggio e degli impulsi, memoria e navigazione spaziale, apprendimento e funzioni motorie
04/08/09
In Italia cresce il numero dei bambini obesi
Ben quattro italiani su dieci (43%) risultano sovrappeso o addirittura obesi (11%), con una
netta prevalenza degli uomini rispetto alle donne. La Coldiretti, associazione dei coltivatori diretti, sottolinea che gli italiani in sovrappeso sono aumentati del 25 per cento negli ultimi 15 anni per un totale di oltre quattro milioni e sono più diffusi al sud mentre gli over 40 anni sono i più a rischio.
Se durante l'anno il 28% degli italiani conduce uno stile di vita sedentario, mentre solo il 10% mangia frutta cinque volte al giorno secondo le regole della sana alimentazione, in prossimità dell'estate si registra - precisa la Coldiretti - un aumento dell'esercizio fisico e dei consumi di prodotti come la frutta e la verdura particolarmente indicati per recuperare la forma fisica.
“La ripresa nei consumi è anche - continua la Coldiretti - favorita dalla grandi disponibilità e varietà di frutta offerta in questo periodo in Italia che e' leader europeo nella produzione per una quantità complessiva di 8,2 miliardi di chili, risultata in leggero calo del 3,1 per cento nel 2008”.
La crescente diffusione di casi di obesità e di sovrappeso interessano in media un terzo dei ragazzi tra i 6 e gli 11 anni secondo l'indagine 'OKkio alla Salute' condotta dall'Istituto Superiore di Sanità nel 2008.
“E' anche questo il risultato del fatto che - sottolinea la Coldiretti - un bambino su quattro non consuma ortofrutta a tavola almeno una volta al giorno con ben sette ragazzi su dieci che rifiutano quotidianamente la verdura.
Non si tratta solo di aspetto fisico poiché l'aumento di è un importante fattore di rischio per molte malattie come i problemi cardiocircolatori, il diabete, l'ipertensione, l'infarto e certi tipi di cancro, nei confronti delle quali la dieta mediterranea ha dimostrato scientificamente di essere particolarmente efficace nella
prevenzione”.
11/07/08
Lotta all'obesità infantile: i genitori devono dare il buon esempio
Le abitudini alimentari dei genitori influenzano in maniera significativa quelle dei loro figli e questo è un dato di cui va tenuto conto quando si mettono a punto campagne di lotta e prevenzione all’obesità infantile.
Una ricerca condotta dagli studiosi della Oklahoma State University su 239 genitori ha scoperto che ne esistono principalmente di due tipi: un gruppo, definito “autoritario”, che proibisce alcuni cibi e preme affinché i bambini mangino frutta, verdura e altri alimenti; un altro gruppo, invece, è più ‘permissivo’ e lascia che i bambini mangino ciò che desiderano.
Tra questi due gruppi, però, i ricercatori hanno individuato una via di mezzo che, come spesso accade, rappresenta l’approccio più efficace: genitori abbastanza autoritari su certi divieti alimentari, ma che scelgono a loro volta di mangiare sano dando un esempio che viene facilmente seguito dai figli.
“Ciò dimostra che combattere l’obesità infantile non è semplice se non si tiene conto del contesto familiare e non si chiede ai genitori un diretto coinvolgimento anche personale nella battaglia” ha spiegato sul numero di luglio del Journal of the American Dietetic Association Laura Hubbs-Tait, che ha guidato lo studio.