La pianta Stevia, utilizzata per secoli dagli indigeni del Sud America, ha recentemente conquistato l’onore delle cronache. La Stevia contiene un dolcificante naturale chiamato stevioside (glucoside dello steviolo) che è fino a 300 volte più dolce dello zucchero senza però fornire calorie. Un nuovo ingresso nella vasta gamma dei dolcificanti che potrebbe aiutare a controllare il peso? I consumatori europei dovranno aspettare. Il sapore dolce A ogni neonato piace il sapore dolce, a prescindere dalla dieta che assume la madre durante la gravidanza. I gusti per i sapori dolci si sviluppano per i bambini e gli adulti a seconda delle singole esperienze alimentari e per questo motivo variano considerevolmente da persona a persona. Al giorno d’oggi, sono disponibili sul mercato un gran numero di dolcificanti in grado di dare un sapore dolce, senza però fornire l’energia che deriva dallo zucchero. Tra questo grosso gruppo di composti troviamo dolcificanti che vengono definiti intensi come l’aspartame, l’acesulfame potassico (K), la saccarina e lo steviolo che hanno un sapore centinaia di volte più dolce dello zucchero stesso. Dato che per dolcificare sono necessarie solo piccolissime quantità, il loro apporto energetico è spesso trascurabile se paragonato allo zucchero. A differenza degli altri dolcificanti intensi, lo steviolo ha un ulteriore attrattiva, ossia derivare interamente da una pianta, proprio come lo zucchero. L’origine della Stevia Stevia rebaudiana Bertoni o più comunemente Stevia, deve il suo nome al botanico svizzero Moisès Santiago Bertoni che la descrisse per primo. È un’erba nativa del Centro e del Sud America e appartiene alla stessa famiglia di piante del girasole e della cicoria. Ampiamente coltivata per le sue foglie dolci, la Stevia è stata utilizzata per secoli dai nativi sudamericani come dolcificante tradizionale, aggiunto a tisane e altre bevande. Nelle sue foglie sono presenti due principali composti glicosidici dal sapore dolce: lo stevioside e il rebaudioside A. Questi composti sono più dolci dello zucchero di circa 200-300 volte e quindi è sufficiente solo una piccolissima quantità per raggiungere la dolcezza desiderata. Sono proprio questi glicosidi ad essere stati oggetto di recenti studi sulla sicurezza e di approvazioni. Potenziali benefici per la salute Dato che lo steviolo non contiene calorie significative, proprio come altri dolcificanti intensi, permette ai consumatori di godere del sapore dolce senza però aggiungersi all’ apporto energetico giornaliero. Quando usati nella dieta come sostituti dello zucchero, i dolcificanti ad alta intensità possono essere un aiuto efficace nel controllo del peso corporeo. Persone con rare malattie genetiche come la Fenilchetonuria (PKU) devono controllare il loro apporto di fenilalanina da qualsiasi fonte, incluso l’aspartame; per loro, lo steviolo sarebbe per esempio un ottimo sostituto privo di fenilalanina. La Stevia nel mondo La Stevia è coltivata ancora oggi in America Latina ma, il mercato della produzione è detenuto in questo momento dai paesi asiatici. La Cina è il maggior coltivatore di Stevia al mondo, mentre il Giappone e la Corea rappresentano al momento i maggiori mercati per gli estratti di Stevia. Recentemente, USA, Australia e Nuova Zelanda hanno autorizzato nei loro mercati alcuni preparati di Stevia come ingredienti per cibi e bevande. E in Europa? Nel 1999, la Commissione Europea, ha negato l’autorizzazione per l’utilizzo di piante di Stevia o di sue foglie essiccate come alimento o ingrediente per alimenti, a causa di una sicurezza non sufficientemente provata. Per questo motivo, alimenti e bevande che contengono Stevia o estratti di Stevia non sono autorizzati nei mercati dell’Unione Europea. Sin da allora sono stati eseguiti molti studi che riguardano la loro sicurezza. Nel 2008, diversi esperti del JECFA (Joint FAO/WHO Expert Committee on Food Additives) e dell’FDA (American Food and Drug Administration) hanno dichiarato sicuro l’uso dello steviolo puro (≥ 95%) per il consumo umano.4,5 Il JECFA ha definito accettabile un apporto giornaliero di 0-4 mg/kg per peso corporeo che equivale ad una dose giornaliera fino a 240 mg per una donna di 60 kg o fino a 280 mg per un uomo di 70 kg. Entro Marzo 2010, l’EFSA eseguirà una valutazione combinata sulla sicurezza dello steviolo. In caso di opinione favorevole da parte dell’ EFSA, è probabile che la direttiva europea sui dolcificanti venga aggiornata in modo da includere anche lo steviolo. Nel frattempo, gli Stati membri possono autorizzare i dolcificanti alla Stevia sul proprio territorio secondo la legge di transizione esistente. Recentemente, la Francia ha autorizzato per 2 anni l’uso del rebaudioside A al 97% di purezza nei cibi e nelle bevande. Con questa informazione potrebbero apparire nel prossimo futuro in alcuni mercati europei alcuni prodotti addolciti con i glicosidi della Stevia.
02/11/09
30/10/09
Verdure in gravidanza per ridurre il rischio che il nascituro sia diabetico
Le donne in dolce attesa devono prestare particolare attenzione alla loro dieta abituale, e non soltanto per non metter su troppi chili ma anche per garantire al feto tutti i nutrimenti di cui ha bisogno.
Lo conferma una recente ricerca condotta presso la Sahlgrenska Academy in collaborazione con la Linköping University e pubblicata su Pediatric Diabetes.
Gli studiosi hanno analizzato campioni di sangue di 6.000 bambini di sei anni di età per individuare una eventuale predisposizione al diabete di tipo 1 (in tal caso i globuli bianchi attaccano le cellule pancreatiche che producono insulina).
Il 3% dell’intero campione è risultato essere diabetico e i ricercatori hanno, così, potuto dimostrare che il rischio di diventare diabetico risultava doppio in quei bambini la cui mamma, durante la gravidanza, aveva consumato poche verdure.
I figli di donne che avevano mangiato verdura ogni giorno, invece, risultavano avere i rischi più bassi.
Hilde Brekke, a capo della ricerca, ha chiarito che questo studio non dimostra inequivocabilmente che le verdure svolgano un’azione preventiva ma certamente rappresenta un primo passo per capire in che modo lo stile di vita e quello alimentare della futura madre incidano sullo sviluppo del feto.
17/10/09
Obesità: toglie fino a 12 anni di vita
Le persone gravemente obese (che superano di 40-50 chili il loro peso-forma) hanno una vita più breve di 3-12 anni rispetto ai coetanei normopeso, secondo una nuova ricerca americana.
La ricerca conferma che l'obesità vera e propria ha conseguenze gravi sulla salute e la durata della vita di un individuo - un dato che conta molto in una società come quella americana dove un terzo degli adulti è obeso. Il problema è anche economico: l'autore della nuova ricerca Eric Finkelstein e gli esperti del Centers for Disease Control and Prevention hanno recentemente calcolato che gli americani obesi sono costati al Paese 147 miliardi di dollari in spese mediche nel 2008, il doppio rispetto al 1998.
Non a caso, Finkelstein fa parte di un gruppo di economisti dell'organizzazione no-profit Rti International, che ha analizzato i dati di 366.000 americani.
I risultati sono riportati dalla rivista Obesity.
Fumare non fa che peggiorare la situazione: un uomo bianco di 18 anni che è normopeso e non fuma può aspettarsi di vivere fino a 81 anni negli Stati Uniti, ma se fuma ed è gravemente obeso, vivrà fino a 60 anni.
Come se non bastasse, un altro studio, condotto da Paul Thompson, professore di neurologia della Ucla, in California, sostiene che l'obesità causa anche una "grave degenerazione del cervello": osservando gli esami al cervello di 94 adulti di 70 anni circa, il professore ha scoperto che i soggetti obesi avevano l'8% di tessuto cerebrale in meno rispetto ai coetanei normopeso e che i loro cervelli sembravano più vecchi di 16 anni.
Le persone sovrappeso avevano il 4% di tessuto cerebrale in meno e il loro cervello sembrava più vecchio di 8 anni. Thompson ha trovato perdita di tessuto nelle aree addette al ragionamento più elaborato: problem-solving, controllo del linguaggio e degli impulsi, memoria e navigazione spaziale, apprendimento e funzioni motorie
12/10/09
Bebè a rischio se mamme incinte mangiano liquirizia
La liquirizia può far male alle donne incinte, causando nei loro figli problemi di concentrazione e di iperattività.
Lo rivelano gli scienziati delle Università di Helsinki ed Edimburgo, secondo cui i figli di donne che hanno consumato molta liquirizia durante la gravidanza hanno punteggi sui test di intelligenza minori rispetto al normale.
"Un componente dalla liquirizia, chiamato 'glycyrrhiza', potrebbe danneggiare la placenta e permettere il passaggio di ormoni dello stress da madre a figlio", ha detto Katri Raikkonen, ricercatore che ha preso parte allo studio pubblicato sull'American Journal of Epidemiology.
"Questi ormoni possono influenzare la crescita del cervello del bambino durante la gravidanza, risultando in problemi comportamentali", ha aggiunto.
Lo studio è stato condotto in Finlandia, dove la liquirizia è molto popolare ed è usata come aroma anche per bevande, gelati e altri alimenti.
"Abbiamo analizzato 321 bambini dell'età di otto anni e valutato le loro capacità spaziali, verbali e di memoria", ha spiegato Raikkonen.
"Le madri - ha continuato - che durante la gravidanza hanno mangiato molta liquirizia (per almeno 500 milligrammi di 'glycyrrhiza' a settimana) hanno dato alla luce figli con minore intelligenza. Inoltre, questi bambini hanno più probabilità di comportamenti aggressivi e distruttivi".
I ricercatori suggeriscono alle madri in attesa di evitare del tutto la liquirizia. Uno studio precedente aveva già rivelato che alti quantitativi di questo dolciume possono portare anche a nascite premature
05/10/09
I pediatri d'accordo: no al latte vaccino prima dell'anno
Introdurre troppo presto il latte vaccino nella dieta dei bambini esporrebbe la salute a seri rischi in età adulta. A ribadirlo gli esperti di nutrizione pediatrica in occasione del Congresso "Nutrizione e metabolismo nel bambino" tenutosi di recente a Verona.
In particolare, l'American Academy of Pediatrics, il Ministero della Salute e la Società italiana di Pediatria hanno sconsigliato la somministrazione di latte vaccino intero nei primi dodici mesi di vita, in accordo anche alle linee guida sull'alimentazione durante il primo anno di vita dell'Espghan (Società europea di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione pediatrica). Il latte vaccino assunto prima dei 12 mesi di vita esporrebbe soprattutto al rischio di anemia: a 1 anno il 17% di bambini allattati con latte vaccino è anemico rispetto all'1% dei lattanti alimentati con formula integrata.
Il ferro nel latte vaccino, infatti, ha una biodisponibilità oltre 10 volte inferiore rispetto al latte materno che dovrebbe, quindi, essere somministrato almeno al compimento del primo anno e in caso di mancanza essere sostituito con una formula specificamente studiata. In aggiunta, i rischi dell'assunzione precoce sono rappresentati dall'eccessivo introito di proteine, grassi saturi e colesterolo, che predisporrebbero a problemi di obesità e aterosclerosi e dalla carenza di acidi grassi essenziali e vitamine.
Attività fisica per prevenire il rischio di infarto
Un'attività fisica sana, regolare e senza sforzi aumenta il colesterolo buono (HDL), diminuisce quello cattivo (LDL), abbassa la pressione arteriosa e i livelli di glicemia ma, soprattutto, riduce il rischio di aritmie minacciose e di morti improvvise. Lo sport praticato senza continuità e interrotto bruscamente può essere dannoso, meglio farlo con gradualità e costanza. Secondo recenti studi statunitensi, l'esercizio fisico ridurrebbe del 25% i rischi di mortalità da infarto. Infatti, la probabilità di un primo attacco cardiaco risulta raddoppiato nelle persone sedentarie di sesso maschile rispetto a coloro che praticano sport. Gli esercizi anti-infarto sono: nuoto, tennis, footing possibilmente all'aperto e, comunque, mai meno di quattro volte a settimana per 40 minuti a seduta. Sì allo sport, quindi, anche se gli esperti sconsigliano di praticarlo quando fa caldo o troppo freddo o dopo aver mangiato abbondantemente. Nel caso in cui il paziente sia stato sottoposto a intervento chirurgico c'è la ginnastica “calistenica”, che consiste in una serie di esercizi dolci da far eseguire dopo la seconda settimana dall'infarto e dopo la terza dall'operazione, in modo da evitare un secondo infarto ed un peggioramento della malattia ischemica di fondo. E' notizia di questi giorni che in dieci anni la sindrome coronaria acuta responsabile degli attacchi è scesa dal 10 al 5%. Ogni anno in Italia sono vittime di malattie cardiovascolari 242mila persone. Di queste, il 30 per cento, cioè 73mila, sono dovute all'infarto del miocardio: 187 decessi ogni 100mila abitanti. Nel Bel Paese i pazienti affetti da cardiopatia ischemica, l'anticamera della sindrome coronaria acuta, sono un milione e 500mila. Un dato finale: gli uomini nell'età compresa tra i 50 e i 70 anni sono a maggiore rischio infarto rispetto alle donne, soprattutto nei paesi nordici dove è più alto il consumo di grassi animali.
25/08/09
Poco fitness al giorno allunga la vita
Le persone che si tengono anche solo moderatamente in forma man mano che gli anni passano potrebbero garantirsi una vita più lunga rispetto a coloro che restano completamente inattivi con l'avanzare dell'età.
Lo afferma un nuovo studio neozelandese, condotto su quasi 4.400 adulti sani.
Gli scienziati hanno scoperto che le persone che non svolgevano alcuna attività fisica (circa il 20% del totale) avevano il doppio delle probabilità di morire nei successivi nove anni rispetto agli individui anche solo un pò più attivi.
"I nostri risultati suggeriscono che uno stile di vita sedentario, più che le differenze nei fattori di rischio cardiovascolari o l'età, possa spiegare i tassi di mortalità doppi negli individui sedentari rispetto a quelli leggermente più attivi", dichiara la coordinatrice della ricerca, dottoressa Sandra Mandic, della University of Otago a Dunedin, Nuova Zelanda.
Gli studiosi ricordano che il minimo di attività fisica consigliata è di 30 minuti, corrispondente per esempio a una camminata veloce, cinque o più volte a settimana. Due terzi delle persone più sedentarie dello studio non facevano nemmeno questo, sottolinea la Mandic.
"Occorre mantenere un certo livello di fitness svolgendo regolarmente attività fisica", secondo la ricercatrice.
Lo studio, pubblicato da Medicine and Science in Sports and Exercise, ha incluso 4.384 donne e uomini di mezza età o anziani; all'inizio sono stati testati i loro livelli di fitness e, in base all'allenamento, i partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi.
Il follow-up è durato dal 1986 al 2006. In questo periodo tutte le persone meno allenate (un quarto) sono morte, contro il 13% di quelle solo lievemente più in forma. Nel gruppo degli adulti più in forma, solo il 6% è deceduto nel corso dello studio.