Offrire accesso a programmi su internet che stimolino al consumo di frutta e verdure sembrerebbe aumentare la risposta positiva da parte degli utenti. Lo hanno verificato negli Stati Uniti, dove l’incidenza di obesità e patologie ad essa collegate sono direttamente provocate da un regime alimentare squilibrato e povero di frutta e verdura.
Christine Cole Johnson dell'Henry Ford's Department of Biostatistics and Research Epidemiology ha condotto uno studio che ha visto coinvolte sedici persone tra i 21 e i 65 anni che sono state divise in tre gruppi: il primo è stato assegnato a un programma online che forniva semplici informazioni sul consumo di frutta e verdura, il secondo ha avuto accesso a un programma individuale realizzato sulla base del proprio stile di vita e il terzo ha avuto accesso a un programma che aveva le due caratteristiche precedenti ma offriva anche la possibilità di colloqui motivazionali e consigli personalizzati per un anno.
Al termine dello studio i ricercatori hanno osservato che si registrava un miglioramento nella qualità della dieta di tutti i partecipanti, ma quelli del terzo gruppo erano riusciti a inserire l’abitudine al consumo regolare e quotidiano di cinque porzioni di frutta e verdura nel loro stile di vita.
“Le persone sono ben consapevoli che mangiare frutta e verdura è estremamente importante nella prevenzione di numerose malattie, ma spesso non vanno oltre le due porzioni al giorno: il nostro studio ha dimostrato che offrendo consigli su come inserire questi alimenti nella dieta e dando accesso a programmi di informazione online si possono ottenere interessanti miglioramenti”, ha spiegato la Cole Johnson
Fonte Pagine Mediche
14/02/10
La rete potrebbe rivelarsi efficace alleata per promuovere comportamenti alimentari pi salutari
09/02/10
Allergia al latte nei bambini: la comunità scientifica internazionale stila un documento unico
Due bambini su cento sono colpiti dall’allergia al latte. Fino ad oggi i genitori hanno convissuto con questa condizione, provando a tenere lontano i bambini dal latte, dai derivati e da alimenti contenenti l’allergene.
Ma guarire da questa allergia è possibile e lo hanno illustrato gli specialisti che, nei giorni scorsi, si sono riuniti a Milano in occasione del quarto meeting dell’allergologia pediatrica.
Gli allergologi presenti nel capoluogo meneghino hanno presentato le linee guida ufficiali DRACMA (Diagnosis and Rationale for Action Against Cow’s Milk Allergy) che rappresentano un punto di riferimento internazionale per il trattamento delle allergie pediatriche alle proteine del latte.
Il documento è frutto del lavoro di numerosi esperti di caratura internazionale che sono stati coordinati da Alessandro Fiocchi, primario del Reparto di pediatria dell'ospedale Macedonio Melloni di Milano e presidente della Commissione speciale sulle Allergie alimentari della World Allergy Organization.
Numerosi i punti toccati dalle nuove linee guida. Innanzitutto è importante garantire la certezza della diagnosi: spesso il bambino ha un’intolleranza al latte e non un‘allergia (che interessa circa il 2% della popolazione, soprattutto quella al di sotto dei tre anni), quindi per ottenere una diagnosi certa l’unico esame consigliato è il test da carico.
Una volta ottenuta una tempestiva e sicura diagnosi si può agire per affrontare l’allergia: si procede con una dieta di eliminazione, che prevede l’esclusione dalla dieta abituale del bambino di ogni forma di proteina del latte vaccino, e dopo due o tre anni si passa a un graduale reinserimento per piccole dosi fino a rendere l’organismo tollerante.
Nel frattempo il latte viene sostituito da altri alimenti: le linee guida Dracma sconsigliano l’utilizzo di latte di soia, che può provocare ulteriori allergie, e consigliano gli idrolisati delle pr
07/02/10
Legumi e colesterolemia
Evidenze osservazionali epidemiologiche confermano l’associazione inversa tra il consumo regolare di frutta e verdura e il rischio cardiovascolare. Si ipotizza infatti che il mancato consumo di questi alimenti sia responsabile di circa il 14% dei casi di infarto acuto del miocardio. In particolare numerosi studi dimostrano che elevati livelli di assunzione di legumi, che rappresentano una valida fonte di fibre insolubili e proteine vegetali, sono in grado di ridurre la colesterolemia e il rischio cardiovascolare.
Tuttavia la maggior parte dei dati pubblicati riguarda il consumo specifico della soia; è invece meno chiaro l’effetto di una dieta ricca di altri legumi, quali i fagioli, i piselli o le lenticchie, più comunemente presenti nella dieta occidentale.
In questa metanalisi sono stati valutati i dati ottenuti da 10 studi clinici randomizzati che hanno esaminato la relazione tra il consumo di legumi e il profilo lipidico, su un totale di circa 270 pazienti. I risultati dimostrano che il consumo di piselli, lenticchie, fagioli o fave, per almeno 3 settimane, comporta una riduzione media di 11,8 mg/dL per il colesterolo totale e di 8 mg/dl per il colesterolo LDL, confermando che l’incremento dei livelli di consumo di legumi, e non solo di soia, può essere efficace nel controllo dei fattori di rischio con obiettivi di prevenzione cardiovascolare.
Bazzano LA, Thompson AM, Tees MT, Nguyen CH, Winham DM.
Nutr Metab Cardiovasc Dis. 2009 Nov 23.
05/02/10
Apporto di vitamina D e calcio e prevenzione delle fratture
Le fratture causate dalla fragilità ossea tipica dell’anziano costituiscono un importante problema sociale.
La carenza di vitamina D, che è piuttosto frequente nell’età avanzata, si ripercuote sull’integrità delle ossa: la somministrazione di questa vitamina è indicata quale strategia per la prevenzione delle fratture nell’anziano. Tuttavia, i risultati di diversi studi suggeriscono che la supplementazione con la sola vitamina D non sia sufficiente a produrre effetti protettivi rilevanti, e che sia quindi necessario associarla con il calcio.
Questa metanalisi ha valutato sette studi controllati per un totale di più di 68000 pazienti, di età compresa tra 47 e 107 anni, con lo scopo di stabilire l’efficacia del trattamento con vitamina D o con vitamina D più calcio, nella prevenzione delle fratture, tenendo in considerazione le caratteristiche dei pazienti. L'analisi dei dati dimostra che la somministrazione giornaliera di vitamina D alla dose di 10 µg al giorno, se associata al calcio, è in grado di ridurre del 25% diversi tipi di fratture, incluse quella dell’anca. Al contrario, la sola vitamina D, alla dose di 10 o 20 µg al giorno, non ha comportato alcun effetto protettivo. I risultati erano simili negli uomini e nelle donne ed indipendenti dall’età o da precedenti fratture.
DIPART (Vitamin D Individual Patient Analysis of Randomized Trials) Group.
BMJ. 2010 Jan 12;340:b5463. doi: 10.1136/bmj.b5463.
04/02/10
Il parto cesareo non influisce sull'allattamento
Ricorrere al parto cesareo non ha conseguenze su quanto a lungo una mamma allatta al seno, secondo una ricerca britannica condotta su 2.000 donne.
Ciò che influenza la scelta di una madre di allattare più o meno a lungo è soprattutto l'etnia a cui appartiene e il numero di figli che ha avuto in precedenza, concludono i ricercatori sulla rivista BMC Pediatrics.
Il Ministero della Sanità britannico da anni cerca di convincere le mamme che il neonato va nutrito esclusivamente con il latte materno per i primi sei mesi di vita, se possibile. La maggior parte delle donne inglesi, invece, abbandona l'allattamento al seno molto prima.
In Europa, si tratta del gruppo di donne con uno dei tassi più bassi di allattamento al seno. Diversi studi si sono chiesti perchè, mentre il governo ha cercato di convincere le signore inglesi a non rinunciare all'allattamento con diverse misure, tra cui il divieto di pubblicizzare il latte artificiale e programmi di informazione presso le strutture sanitarie.
Il nuovo studio, condotto dalla University of Manchester e dall'East Lancashire Primary Care Trust, ha seguito più di 2.000 mamme che hanno ricevuto corsi di formazione sull'allattamento al seno. In media queste donne hanno allattato, almeno in parte, per 21 settimane e metà di loro per più di 27 settimane, quindi molto più a lungo rispetto alla media nazionale britannica.
Ma sono state osservate differenze nei sottogruppi. Le donne bianche tendevano a interrompere diverse settimane prima delle donne non-bianche e le donne nere e indiane erano quelle che allattavano per più tempo. Non faceva differenza, invece, lo status economico della donna, nè il fatto che fosse sposata o single.
Ancora, avere avuto un parto cesareo o comunque adiuvato da strumenti chirurgici non influiva sulla durata dell'allattamento, contrariamente a quanto hanno suggerito precedenti ipotesi. Infine, i bambini che sono stati avvicinati al seno della mamma entro un'ora dalla nascita (come raccomanda l'Organizzazione Mondiale della Sanità) non sono stati allattati più a lungo di quelli che hanno cominciato a nutrirsi dal seno meterno entro le prime 48 ore.
Influiva invece sulla tendenza della madre ad allattare più o meno a lungo un altro fattore: aver avuto precedenti parti. Le donne al terzo o quarto figlio allattavano più a lungo di quelle al primo figlio, forse perchè incoraggiate dalla passata esperienza.
24/01/10
G.B.: nove persone su dieci pensano avere intolleranza
Nove britannici su dieci sono convinti di soffrire di allergia o intolleranza alimentare anche se invece sono perfettamente sani.
Uno studio della Portsmouth University ha infatti dimostrato che, sebbene il 20% degli adulti (circa 10 milioni di persone) pensano di essere intolleranti a qualche cibo, meno del 2% ha in realtà questo problema.
Il report 'The Wheat Hypersensitivity' è stato commissionato dal britannico Flour Advisory Bureau ed è stato riportato dal quotidiano Daily Mail.
Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno analizzato diversi studi sulla prevalenza delle allergie alimentari, causate da una reazione eccessiva del sistema immunitario, e delle intolleranze, simili alle allergie ma molto più lievi.
Ebbene, dai risultati è emerso che nel Regno Unito ci sono milioni di persone che limitano inutilmente la propria dieta, rinunciando a cibi preferiti e a sostanze nutritive importanti, nella falsa convizione di essere allergici. In genere, si rinuncia ad alimenti a base di latticini, ai farinacei e alle uova. Colpa anche dei test diagnostici diffusi sul web, moltissime persone pensano di soffrire di qualcosa che in realtà non hanno.
''La nostra preoccupazione - ha spiegato Carina Venter, dietologa specializzata in allergie - è che le persone facciano diagnosi di allergie in realtà inaffidabili e potrebbero mascherare malattie diverse che rimangono non diagnosticate e non trattate''. Non solo. In questo modo, si rischia di rinunciare a sostanze nutritive davvero importanti. Rinunciare ai farinacei, anche se non si è intolleranti, potrebbe portare ad esempio a una carenza di vitamine del gruppo B.
Evitare di mangiare prodotti lattiero-caseari, invece, può provocare un abbassamento dei livelli di calcio, fondamentali per mantenere le ossa forti.
''Quando ci si sente male - ha detto Venter - è quasi una reazione naturale cercare di collegare tutto a quello che si è mangiato. Ma chi crede di avere sintomi legati a un alimento ha bisogno di chiedere aiuto al medico di famiglia che può indirizzarlo a un centro specializzato in allergie oppure a un dietologo''.
''I bambini - ha continuato - sono più soggetti a problemi nutrizionali quando alcuni cibi sono esclusi dalla loro dieta, quindi è fondamentale che ricevano una diagnosi corretta''.
La dietologa ha infatti denunciato il fatto che molte neo-mamme troppo spesso diagnosticano da sole ai propri figli qualche intolleranza alimentare. Lo studio condotto dai ricercatori britannici ha coinvolto quasi mille bambini e ha rilevato che più della metà ha escluso dalla propria dieta un alimento nel primo anno di vita.
Tuttavia, i test effettuati dagli scienziati hanno mostrato che solo un bambino su 25 in realtà soffriva di allergia o intolleranza alimentare. ''Le mamme tendono a collegare ogni rash, mal di pancia, diarrea o pianto a un allergia o intolleranza alimentare'', ha detto Venter. Eppure, spesso il cibo non ha nessuna colpa.
23/01/10
Farmaci per dimagrire: stop alla sibutramina
L'Agenzia italiana del farmaco ha vietato la vendita e l'utilizzo di tutti i medicinali a base di sibutramina (nomi commerciali: Ectiva, Reductil), compresi quelli preparati dal farmacista. Per perdere peso Questi farmaci, usati per favorire la perdita di peso nelle persone obese e in soprappeso che hanno altri fattori di rischio cardiovascolare come il diabete di tipo 2 o il colesterolo alto, sono ora ritenuti dall'Aifa troppo pericolosi. In particolare, il comitato nazionale che valuta la sicurezza dei farmaci (Comitato per i medicinali per uso umano Chmp) in accordo con le autorità europee (Autorità europea dei farmaci Ema) ha riscontrato un rapporto rischio-beneficio sfavorevole per questa molecola. Contattare il medico Le persone attualmente in cura con medicinali contenenti sibutramina sono invitati a contattare il proprio medico per valutare la possibilità di una terapia alternativa. Chi intende interrompere il trattamento immediatamente, può farlo tranquillamente, anche prima di avvisare il medico.
